Stefano Cucchi Onlus

Nove anni fa la morte di Giuseppe Uva

Nove anni fa moriva a Varese Giuseppe Uva. Fissata per il prossimo 20 settembre la prima udienza del processo d’appello.

È un venerdì, il 13 giugno 2008, e in tv ci sono gli Europei di calcio. Alberto e Giuseppe guardano insieme la partita dell’Italia prima di uscire. Poi vanno al solito bar, bevono vino, incontrano altri amici con cui passano qualche ora. Hanno bevuto tutti e due e tornano verso casa a piedi ed è a quel punto che si accorgono di alcune transenne accatastate all’angolo di una strada.Giuseppe e Alberto, euforici a causa dell’alcol, spostano le transenne in mezzo alla strada bloccando il traffico. È a questo punto che vengono avvistati da una pattuglia dei carabinieri. Da qui in poi, tutto quello che raccontiamo è riportato nella denuncia depositata da Alberto Biggiogero il giorno dopo la morte di Uva. La pattuglia è formata da due carabinieri e uno dei due esce dalla macchina con lo “sguardo stravolto e terrificante”. Il militare comincia a inseguire Giuseppe urlando “Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia, te la faccio pagare”. Comincia qui un breve inseguimento, in cui Uva scappa seguito dai carabinieri e dallo stesso amico. Quando anche Biggiogero li raggiunge, fa in tempo a vedere i militari scaraventare Uva a terra. Biggiogero prova a mettersi in mezzo per calmarli, ma non c’è niente da fare: a furia di calci pugni e spintoni, i due uomini vengono fatti salire su due diverse automobili (Uva su quella dei carabinieri, Biggiogero su una volante della polizia arrivata successivamente). Le auto si dirigono alla caserma di via Saffi e vengono raggiunte da altre due pattuglie della polizia, che rappresentano tutto il presidio notturno della città di Varese per quella notte e che si concentrano in quella caserma. Uva e Biggiogero vengono separati: il primo in una stanza, il secondo in sala d’aspetto. Da quella posizione, Bigioggero può sentire le urla prolungate del suo amico e le numerose richieste d’aiuto: da quella stanza, entrano e escono, alternandosi, i due carabinieri e i sei poliziotti. Biggiogero, insultato e minacciato dagli uomini in divisa, è lasciato solo. Ha ancora con sé il cellulare e chiama il 118 per richiedere l’intervento di un’ambulanza. L’ambulanza non arriva, e dopo circa venti minuti fa la comparsa in caserma un dottore della guardia medica il quale propone per Uva un Trattamento sanitario obbligatorio. La motivazione del provvedimento coatto sarebbe l’autolesionismo: Uva si starebbe facendo male da solo sbattendo corpo e testa contro le sedie, la scrivania, gli stivali degli uomini presenti nella stanza (in una deposizione dei militari, troviamo questo passaggio: “Il collega frapponeva il suo stivale tra il pavimento e la testa di Uva, per evitare che questi si facesse più male urtando contro la superficie dura del pavimento”). È l’alba del 14 giugno, Giuseppe Uva viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale. Morirà intorno alle 11 di mattina.

Iter giudiziario:

Il fascicolo finisce in mano del pubblico ministero Agostino Abate. La tesi accusatoria è la seguente: i sanitari dell’ospedale avrebbero somministrato a Uva medicinali incompatibili con il suo stato etilico. Da quel processo i tre imputati usciranno assolti con formula piena, mentre i carabinieri e i poliziotti non saranno nemmeno ascoltati, così come il testimone oculare Alberto Biggiogero. Ben tre giudici, nei vari dispositivi emessi in quei primi anni di processo, intimeranno al pm Abate di indagare sui fatti accaduti all’interno della caserma. L’ostinato rifiuto ad adempiere questo suo primario dovere, gli costerà un atto d’incolpazione da parte del procuratore generale presso la corte di cassazione e una assai controversa azione disciplinare da parte del Consiglio superiore della magistratura conclusasi con un nulla di fatto.

Nel marzo 2013 I pm di Varese Agostino Abate e Sara Arduini hanno depositato la richiesta di fissazione dell’udienza preliminare e di rinvio a giudizio per due carabinieri e sei agenti di polizia. Il passaggio segue l’ordinanza del gip Giuseppe Battarino, che aveva respinto la richiesta di archiviazione del pm disponendo l’imputazione coatta per i due carabinieri e gli agenti di polizia che intervennero a supporto dei militari. Nel luglio 2014 Il gup varesino Stefano Sala rinvia a giudizio sei agenti e un militare imputati per omicidio preterintenzionale, abbandono di incapace, arresto illegale e abuso di autorità nei confronti di Uva. Per il secondo militare accusato degli stessi reati, che aveva scelto la strada del giudizio immediato, il processo è stato svolto insieme agli altri imputati.

Il 15 aprile 2016 la corte d’assise di Varese assolve tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste” accogliendo la richiesta di assoluzione avanzata dal pubblico ministero. Nelle motivazioni si può leggere che i giudici hanno ritenuto “l’insussistenza di atti diretti a percuotere o a ledere”, inoltre “La perizia medico-legale e l’audizione dei consulenti tecnici di ufficio e delle parti – scrivono i giudici in relazione all’accusa di omicidio preterintenzionale – consentono di escludere in maniera assoluta la sussistenza di qualsivoglia lesione che abbia determinato o contribuito a determinare il decesso di Giuseppe Uva”. Per i giudici, “il fattore stressogeno, da taluni dei consulenti ritenuto causale o concausale di uno stress psicofisico, non può essere attribuito alla condotta degli imputati”, imputati che “non avevano la coscienza e la volontà di percuotere o di ledere Giuseppe Uva”.

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