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Cucchi, 16 ottobre: le maschere

Stefano Cucchi
 

Tra le 13 e le 13:30 del 16 ottobre, nell’aula 17 del Tribunale di Roma, dove l’arresto di Stefano viene convalidato, nessuno è anche soltanto sfiorato dalla vista di quel ragazzo. Ha la faccia gonfia come un pallone, lo sguardo infossato in occhiaie rossastre che cominciano a farsi purpuree. Zoppica. Non riesce a mantenere una seduta corretta. Ma nessuno chiede e si chiede perché. Non il pubblico ministero di udienza Emanuela Di Salvo, “purtroppo ho un ricordo vago di quello che accadde. (…) Nel rito direttissimo c’è una pluralità di incombenze per cui, a meno che non vi siano particolari motivi di sospetto, certamente non ci si ferma a guardare l’indagato”. Non il giudice Maria Inzitari. “(…) non ho notato nulla di anomalo, né lui ha detto nulla sulle sue condizioni. Per me è stata una cosa come tutte le altre.” Solo la retina della cancelliera di udienza Anna Mangini trattiene un’immagine di Stefano. “ Aveva un aspetto un pochino sofferente. (…) Diciamo che intorno agli occhi aveva come delle lunghe borse, forse con un leggero rigonfiamento, di un colore violaceo”.

Sulla macchina arrivata a Tor Sapienza per il trasferimento in tribunale c’è il carabiniere Pietro Schirone. (…) Stefano cammina male. E Schirone lo nota. (In tribunale ndr) Stefano incontra nuovamente Tedesco, (…) Schirone lo conosce. I due parlano brevemente. E’ una conversazione singolare. Non foss’altro per un particolare di cui Tedesco ritiene di dover mettere a conoscenza Schirone: “(…) Cucchi non era stato affatto collaborativo tanto che aveva rifiutato il fotosegnalamento. E la conversazione fini lì.”

Lo sguardo è fatto di attenzione e profondità. Ha una fisica emotiva. Ma anche una geometria. Quella che aveva demolito l’attendibilità di Samura Yaya. O, comunque, l’aveva degradata a prove insufficienti per stabilire che, effettivamente, oltre ogni ragionevole dubbio, poco prima delle 13 del 16 ottobre, Stefano fosse stato pestato nelle celle di sicurezza del palazzo di giustizia. In quella geometria dei sotterranei del palazzo di giustizia annegava dunque la possibilità di trasformare un indizio in una prova. E di Nicola Minichini, Antonio Domenici, Corrado Santantonio, i tre agenti accusati di lesioni, (…) sarebbe rimasta solo l’eco di una testimonianza anodina resa al pubblico ministero otto giorni dopo la morte di Stefano.
tratto da “Il Corpo del reato”, Carlo Bonini, Edizioni Feltrinelli, 2016.

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