Stefano Cucchi Onlus

Caro Gabrielli, ora difenda la Polizia da chi la rovina dall’interno: la lettera di Ilaria Cucchi (e la risposta dello stesso Gabrielli)

Questo il testo integrale della lettera che Ilaria Cucchi ha scritto al Capo della Polizia e Prefetto Franco Gabrielli. Perché Il vero partito dell’antipolizia è quello composto da chi non ha capito lo spirito e la missione di questa Istituzione. Sono una minoranza rispetto ai tanti agenti con un profondo senso dello Stato. Ma rischiano di legittimare comportamenti pericolosi. La sorella di Stefano si appella al capo della Polizia

Signor Capo della Polizia e Prefetto dottore Franco Gabrielli,

Mi è nota la Sua straordinaria correttezza istituzionale e l’alto profilo che caratterizza la Sua guida democratica nella gestione degli uomini e delle donne della Polizia di Stato al servizio del Paese .

Nel corso della mia terribile vicenda umana ho avuto modo di incontrare diversi rappresentanti della Polizia di Stato, verificandone non soltanto la competenza ma anche la sensibilità e il profondo senso dello Stato.

Mi sono imbattuta in investigatori della Squadra Mobile di Roma di rara onestà intellettuale, in un contesto difficile, doloroso, reso particolarmente accidentato dalla materia trattata , dalle figure coinvolte , dall’humus che aveva generato fatti che a giusta ragione possono ancora oggi far dubitare della stessa essenza dello Stato.

Quel buio feroce che ha travolto vite e diritti, mistificando, corrompendo il circuito democratico, producendo un dolore che ha varcato ogni soglia di sofferenza umana miscelandosi con l’ombra di un tradimento istituzionale.

Quello Stato invece presente come non mai, nei gesti, nelle parole, nei fatti, di questi uomini silenziosi, disponibili, orgogliosi di onorare la verità e di riporre nel cuore del proprio lavoro, la centralità dell’essere umano, dell’ultimo come del più importante di essi.

È noto che la ricerca della verità abbia richiesto un dazio ulteriore da versare per chi le scrive e per la sua famiglia , attraverso il discredito prima della vittima poi dei suoi cari.

La vittima, un reietto, un rifiuto della società, un criminale secondo una certa vulgata, non avrebbe dovuto conoscere giustizia. La giustizia per gli ultimi è sovente una ipotesi. Un lusso che si concede di rado, se capita.

La famiglia, quella di un nulla di 43 chili, niente altro che un’emanazione di quel nulla.

Quindi, un lungo aberrante percorso tra insulti, minacce, illazioni, accostamenti a forme di mitomania, di protagonismo, di ricerca di visibilità, di affarismo, di abbandoni familiari, di spregevolezze dispensate a piene mani da ogni latitudine umana, anche da categorie professionali che per deontologia si vedrebbero obbligate a riporre tra i più reconditi angoli dei propri pensieri almeno quelli contrari alla decenza e alla umana pietà. E a tacerli, anche solo per decoro. Per non suscitare emulazioni, per impedire di rendere confuso il proprio ruolo. Per dignità.

Oggi vivo nella paura, nel terrore di accompagnare persino i miei figli a scuola nel quartiere di Torpignattara dove uno sconosciuto mi ha comunicato che “devo abbassare lo sguardo quando passo di li“. Chissà, Signor Prefetto, cosa avrà voluto dirmi. Per quanto mi sforzi, non c’è molto spazio per l’immaginazione. C’è chi scrive che sono una lurida infame, una troia, che devo morire con sofferenze doppie rispetto a quelle inflitte a mio fratello. Non tutti sono comuni cittadini, alcuni hanno una piena riconoscibilità istituzionale. Basta leggere le informazioni di base, o, visualizzare alcuni siti social di sindacati di categoria dove vi è libero spazio a congetture, insulti e sputi virtuali.

C’è chi applaude a questo scempio, chi lo fomenta, chi finge di non capire ciò che scrive, chi lo capisce benissimo, chi istituzionalizza questa tremenda gogna in forza delle proprie prerogative di rappresentanza, chi lo accosta alle conseguenze derivanti dalla partecipazione al fantomatico partito dell’antipolizia.

Ma Signor Prefetto, chi compone il fantomatico partito dell’antipolizia? Cosa è questa invenzione dialettica? Nessuno ancora lo comprende. È una sorta di appello al corporativismo, una chiamata alle armi? Siamo sicuri che questo misterioso neologismo non si sviluppi in ambiti più interni che esterni alla Polizia di Stato per opera di chi di questa Istituzione in realtà non abbia compreso nè lo spirito nè la missione?

Viene il dubbio che forse l’ideatore di tale espressione, l’attività di Polizia in realtà non l’abbia mai praticata o forse l’abbia esercitata molto poco, apprendendone della sua esistenza così come del sacrificio di tanti agenti onesti attraverso racconti, quindi de relato.

È singolare vivere le esperienze di altri e raccontarle. Certo viverle è altra cosa, ne converrà.

Le chiedo ancora: Ma non sarà che il partito dell’antipolizia vada ricercato nella Polizia stessa piuttosto che all’esterno?

Voglio portare alla Sua attenzione un fatto emblematico.

Sulla pagina Facebook del Segretario Generale del SAP Stefano Paoloni, un poliziotto, sono comparsi qualche giorno orsono alcuni commenti estremamente dirompenti e offensivi sulla mia persona e sui miei familiari.

Uno dei tanti, postato da un insospettabile medico di Ferrara, conteneva le seguenti espressioni: «Questa è una mitomane pronta a tutto… la morte di suo fratello si è rivelata essere una gallina dalle uova d’oro per lei e per la sua famiglia».

Alla mia conseguente azione di tutela, è seguita la reazione a mezzo stampa del poliziotto Stefano Paoloni che ritengo debba essere sottoposta al Suo vaglio per comprendere se tale condotta risponda ancora alla deontologia, ai regolamenti, al decoro cui ha l’obbligo di attenersi un agente di polizia o se invece sfugga integralmente alle regole sancite dall’Amministrazione della Pubblica Sicurezza .

Perché a quelle del buon senso e della sensibilità umana parrebbero essere del tutto estranee, come asserisce tanta gente comune che non può credere che simili commenti possano essere stati prodotti da un poliziotto in servizio.

Paoloni, poliziotto, presumibilmente non ancora svincolato da tali obblighi professionali, dichiarava a mezzo stampa sul quotidiano La Nuova Ferrara :«L’insulto è da ripudiare e condannare, ma nel caso del dottor Buraschi, riteniamo sia nell’ambito del sacrosanto diritto della libertà di pensiero che non deve necessariamente essere lo stesso della signora Cucchi, per non essere condannato».

Esisterebbero quindi insulti da ripudiare ma non tutti poi, o meglio tutti, tranne quelli in questione che invece ricadrebbero nella libertà di espressione di un soggetto verso cui esprimere piena solidarietà dopo la querela ricevuta.

Pertanto, la solidarietà del Sindacato di Polizia, ergo, di una parte della polizia, attraverso una sorta di benedizione pubblica consacrerebbe un insulto verso la mia persona ed i miei congiunti , in un atto liberale di pensiero.

E ancora: “……E Paoloni difende il suo amico virtuale, che sembra conoscere anche di persona, tanto che lo descrive come “una persona corretta, moralmente ed eticamente esemplare, un grande professionista, al quale va tutta la nostra solidarietà»”.

«Questi purtroppo sono gli effetti dell’azione mediatica – riflette il segretario del Sap – Rendere un processo mediatico, virtuale, espone sia a messaggi di stima che a messaggi di dissenso. L’insulto è da ripudiare e condannare, ma nel caso del dottor Buraschi, riteniamo sia nell’ambito del sacrosanto diritto della libertà di pensiero che non deve necessariamente essere lo stesso della signora Cucchi, per non essere condannato».

Dottor Gabrielli se la libertà di pensiero è un insulto anzi “un messaggio di dissenso” o “una libertà di pensiero” e se diventa legittimo esprimerlo ricevendo la solidarietà pubblica di un poliziotto (la cui qualifica permane e non può ritenersi coperta da forme di immunità sindacali) e di un sindacato, allora dobbiamo interrogarci sulla direzione dirompente di questo pensiero e sulla convinzione di impunità insita in un simile atto.

Sulle conseguenze inquietanti di tale messaggio, sul significato orrido divulgato da un uomo in divisa, mi permetta, più offensivo dell’insulto stesso.

Sul senso di tali parole auspico che la SV possa assumere le più ampie distanze pubbliche , per evitare di ingenerare il dubbio che da oggi in avanti, le offese proferite da chicchessia nei miei confronti possano trovare legittimazione e solidarietà attraverso simili assurde prese di posizione da parte di appartenenti alla Polizia di Stato.

Perché il poliziotto Paoloni intende comunicarci che ogni insulto concettualmente è da ripudiare in linea di principio ma non quello del caso di specie che invece rientrerebbe nella libertà di pensiero, anche perché proferito da un suo amico sulla sua pagina pubblica di sindacalista della Polizia di Stato.

Auspico vivamente che questa sia l’ennesima occasione per ribadire che chi svolge un ruolo sindacale nell’ambito della Polizia di Stato, non è immune dai doveri di pubblico ufficiale e non è neppure esente da provvedimenti disciplinari.

Non è mio compito indicarLe, non ne ha certo bisogno, la strada più consona da seguire per la Sua Amministrazione in questi casi. Ma di certo occorrerà tornare ancora una volta sull’annoso e dibattuto tema del cd. partito dell’antipolizia per aggiungerne qualche nuovo capitolo. Nella direzione giusta stavolta.

Con osservanza: Ilaria Cucchi

Non si e fatta però attendere la risposta del Capo della Polizia che in serata ha scritto

Gentilissima Signora Cucchi,

ho letto con attenzione e partecipata comprensione  la lettera che ha voluto indirizzarmi tramite L’Espresso  e con la quale, con molto garbo ed altrettanta legittima fermezza, mi invita a prendere iniziative adeguate nei confronti del segretario generale di un sindacato di Polizia.
In premessa, mi permetto di chiarire il mio punto di vista in relazione alla evocata presenza di un asserito partito dell’”antipolizia”.Io non credo che esistano partiti “pro polizia” o “anti polizia”. Credo, semplicemente ma più convintamente, che il Nostro Paese abbia la fortuna di avere donne e uomini che svolgono il difficile lavoro di tutori dell’ordine. Credo nelle loro quotidiane azioni, credo che il loro sia un lavoro difficile ed usurante, ma che la passione e l’abnegazione li spinga sempre a dare il massimo nell’interesse generale. Come credo che nelle Nostre Comunità alberghi un profondo rispetto ed una grande considerazione per le Forze di Polizia, tutte indistintamente. Come sono consapevole che tra di noi ci sono, per fortuna pochi, che non onorano la divisa e il giuramento di fedeltà al nostro Stato Democratico e pongono in essere comportamenti censurabili, penalmente e disciplinarmente, e come tali debbano essere perseguiti, senza se e senza ma.

Ecco perchè, come giustamente ha ricordato Lei stessa, io mi onoro di essere il Capo di quei poliziotti che hanno condotto l’indagine sulla morte di Suo fratello con scrupolo e (cito le Sue parole) onestà intellettuale in un contesto difficile e doloroso.

Lei apre, poi, una riflessione che ritengo giusto accogliere che è quella di quanti agiscono sui social network in modo a dir poco scomposto, fino ad arrivare ad usare termini ed espressioni che assurgono a rilevanza penale, rendendo il tutto ancor più insopportabile allorquando il loro nome può essere associato (più o meno direttamente) alle istituzioni cui appartengono.

In questo senso mi sono speso non da ieri per campagne di sensibilizzazione sull’utilizzo consapevole dei social network da parte di tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato; parimenti ho stimolato i titolari delle azioni disciplinari ad essere fermi e puntuali nello stigmatizzare i comportamenti non corretti, anche se a porli in essere sono rappresentanti sindacali.

È per intima convinzione che ritengo che il rispetto per chi ha vissuto un dolore così grande come il Suo, sia un diritto e non una concessione. Ed il rispetto è un tema che attraverso il Suo spunto desidero rilanciare. Perché credo fermamente che laddove il rispetto manchi il vuoto generato da tale assenza venga riempito da uno spirito corporativo che quasi mai è un bene.

Mi riferisco, per esempio, alla discussa e, mi permetto di dire, discutibile sentenza secondo la quale sputare ad un uomo che indossa l’uniforme è fatto che non merita sanzione alcuna perché ne viene riconosciuta la “speciale tenuità”.

Rispettare l’altro è il fondamento per uscire da una spirale di sentimenti e comportamenti ispirati dalla faziosità, dall’essere contro qualcosa o qualcuno.

Non riconoscere dignità alcuna all’uniforme che rappresenta lo Stato, considerarla cosa di scarso valore, rischia di provocare in chi la indossa, un sentimento di frustrazione, lo stesso che prova chiunque non si senta rispettato.
Credo che noi tutti, noi cittadini di questo Paese in questo tempo, avremmo davvero bisogno di recuperare il senso, il significato, l’importanza del rispetto che non può rimanere parola astratta ma che deve improntare ogni nostro comportamento; perché al di là dei ruoli, delle funzioni, delle presunte appartenenze, delle differenti condizioni la dignità di ogni essere umano abbia sempre la prevalenza, financo di chi delinque.
Cosa che auguro davvero a tutti e a me per primo.

Franco Gabrielli*

*Capo della Polizia, direttore generale della Pubblica Sicurezza

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